Alcuni studiosi, nel tentativo di chiarire l’identità della Giuliana de’ Banzi “bolognese” che ricorre in certa tradizione agiografica legata a San Petronio e alle origini sacre di Bologna, hanno proposto una lettura che sembra offrire una soluzione “di famiglia”: identificarla con Anicia Giuliana, indicata come cognata di Petronio, moglie del fratello Anicio Ermogeniano Oliario. È un’ipotesi affascinante, perché inserisce la figura di Giuliana dentro l’orizzonte aristocratico romano e dentro una rete di legami che nel tardo antico spesso coincideva con le vie del potere e della devozione. Tuttavia, un’altra parte della critica — e forse con maggior prudenza storica — ha sostenuto che questa Giuliana non sia affatto bolognese, ma che si tratti invece della Giuliana di Firenze, citata dallo stesso Ambrogio nella Exhortatio virginitatis, e che la sua “bolognesità” sia il frutto di una leggenda successiva, nata per effetto di una vera e propria importazione agiografica, cioè di quel processo per cui una città assorbe nel proprio racconto sacro personaggi e meriti che in origine appartenevano a un altro luogo.

In questa prospettiva, la Giuliana fiorentina e la storia della basilica da lei edificata sarebbero state progressivamente “traslate” a Bologna: un passaggio silenzioso ma potentissimo, come spesso accade quando la memoria religiosa si mescola alle esigenze identitarie delle comunità. La donna, infatti, avrebbe assistito a Bologna nel 393, in un momento decisivo e solenne: alla presenza dell’arcivescovo di Milano — dunque, nel clima autorevole dell’ambiente ambrosiano — avrebbe preso parte alla rimozione dei corpi dei santi Vitale e Agricola, protomartiri della città, e non sarebbe rimasta semplice testimone, ma figura attiva, capace di sostenere la causa con la forza economica e con l’energia morale che, nel tardo impero, soltanto alcune donne aristocratiche potevano esercitare. In seguito, secondo la tradizione legata a Firenze, Giuliana avrebbe sostenuto tutte le spese per l’edificazione della chiesa di San Lorenzo, sciogliendo un voto pronunciato per la nascita di un figlio maschio: gesto tipico di una religiosità concreta, in cui la vita familiare e la devozione pubblica si intrecciavano, e in cui l’edificazione di una basilica diventava ringraziamento, ma anche segno tangibile di prestigio.

È qui che la vicenda assume un valore ancora più eloquente: nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, Giuliana avrebbe collocato le reliquie dei protomartiri bolognesi, ricevute in dono da Ambrogio stesso, facendo così viaggiare la santità da Bologna a Firenze e rendendo quella basilica un punto di contatto tra due città e due memorie. Ma il tempo, si sa, non conserva sempre le distinzioni: col passare delle generazioni, la tradizione locale bolognese avrebbe potuto appropriarsi della figura di Giuliana, rendendola “sua”, o almeno attribuendole — per Bologna e per Santo Stefano, accanto a Petronio — gli stessi meriti che la donna aveva acquisito altrove, accanto ad Ambrogio, nella fondazione di San Lorenzo. In altre parole: ciò che era nato come storia fiorentina, con reliquie bolognesi, avrebbe finito col diventare una storia bolognese a pieno titolo, quasi a chiudere un cerchio che la devozione aveva aperto.

E come spesso accade quando una figura sacra entra stabilmente nel patrimonio simbolico di una città, l’appropriazione non si ferma al racconto religioso, ma cerca una genealogia, un radicamento nel sangue e nei nomi. Molto più tardi, infatti, questa trasformazione si sarebbe completata con un’ulteriore identificazione: Giuliana non soltanto “bolognese”, ma addirittura riconosciuta come ava di una stirpe nobile, fino a essere collegata alla famiglia dei Marchesi De Banzi, come se la santità — o la vicinanza alla santità — dovesse trovare un posto naturale anche dentro la continuità aristocratica della città. È un passaggio rivelatore: perché non ci parla soltanto di una donna, ma di un modo tipico della storia italiana, in cui la devozione si intreccia alla memoria civica, e la memoria civica finisce per cercare conferma nelle genealogie, trasformando una figura forse nata altrove in un emblema “domestico”, degno di appartenere alla città e persino a una famiglia.

Così Giuliana diventa, più che un singolo personaggio, un confine mobile tra storia e tradizione: da Firenze a Bologna, dalle reliquie alla basilica, dall’agiografia alla genealogia. E proprio in questa metamorfosi si rivela il suo peso: non solo ciò che fu, ma ciò che Bologna volle credere che fosse, per rendere più forte il proprio racconto delle origini


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