Tra il 1809 e il 1810 la pianura bolognese visse uno dei periodi più inquieti e violenti della sua storia moderna. In un contesto segnato dalla dominazione napoleonica, da tensioni tra autorità civili ed ecclesiastiche e da un forte disagio sociale nelle campagne, prese forma un fenomeno tanto temuto quanto difficile da reprimere: il brigantaggio organizzato, con incursioni, rappresaglie e scontri armati.

Il protagonista – o, secondo i punti di vista, il simbolo – di questa stagione fu Prospero Baschieri, contadino di Longara, diventato il capo di una banda che imperversò per mesi tra Bologna, Cento, Budrio e numerosi comuni della pianura.


Prospero Baschieri: disertore o insorgente?

Baschieri era “datosi alla macchia” già dal 1803. Ma è tra giugno e agosto 1809 che la sua figura esplode nelle cronache: viene arrestato il 2 giugno 1809, ma riesce incredibilmente a fuggire, e da quel momento la sua banda diventa una presenza costante e minacciosa.

Le fonti lo definiscono in vari modi:

  • disertore, per la visione dell’ordine costituito;
  • insorgente o ribelle, per chi vedeva in lui un oppositore politico;
  • brigante, per la brutalità crescente delle sue azioni.

Qualunque sia l’etichetta, l’effetto sul territorio fu lo stesso: paura e caos.


Saccheggi, incendi e “guerra ai documenti”

La banda non si limitava a colpire singole persone: l’azione aveva spesso un carattere quasi “strategico”, con un obiettivo ricorrente e significativo: bruciare documenti comunali.

Non era semplice vandalismo: distruggere carte significava colpire l’amministrazione, cancellare registri, obblighi, forse debiti, forse identità politiche. E soprattutto significava umiliare l’autorità, mostrando che lo Stato non controllava davvero le campagne.

L’elenco delle località coinvolte è lungo:
San Giovanni in Persiceto, Sala Bolognese, Minerbio, Altedo, Argelato, Maccaretolo, Bagno e molte altre.

Il modus operandi prevedeva spesso:

  • richiesta di denaro e viveri alla popolazione,
  • incendi intimidatori,
  • minacce ai funzionari comunali,
  • incursioni rapide e spostamenti continui tra comuni.

Tentativi clamorosi: Bologna e Cento nel mirino

Tra gli episodi più sorprendenti spicca un fatto che oggi sembra quasi incredibile: un tentativo di marcia su Bologna con circa 300 uomini, fallito prima di trasformarsi in un vero assalto.

Altro tentativo, altrettanto emblematico, fu quello di invadere Cento per saccheggiarla. In quel caso la vicenda ebbe un risvolto quasi “da negoziazione medievale”: due parroci offrirono denaro per evitare l’invasione, prima che il giorno successivo intervenisse in forze la Guardia Nazionale, spegnendo sul nascere il pericolo immediato.


Complicità tra i contadini? E l’ombra dei parroci

La cattura di Baschieri risultava quasi impossibile. Nonostante polizia e Guardia Nazionale fossero mobilitate, il brigante sembrava sempre un passo avanti.

Il sospetto del Prefetto di Cento era inquietante: Baschieri avrebbe potuto contare su complicità diffuse, tra cui:

  • contadini delle campagne,
  • e perfino alcuni parroci, accusati di essere protettori (o almeno tolleranti) verso i ribelli.

Questo elemento si intreccia perfettamente con l’atmosfera del periodo. Dopo l’arresto di Papa Pio VII (maggio 1809), le tensioni tra apparato napoleonico e mondo cattolico si fecero più aspre: l’autorità civile temeva che alcuni “pastori d’anime” fossero in realtà “pastori d’insorgenza”.

Comparvero accuse e denunce contro parroci di zone come Argile, Venezzano, Asia e Renazzo.


L’autunno del 1809: la violenza aumenta

Con l’arrivo dell’autunno, la guerriglia si fece più dura: meno “rivolta” e più violenza sistematica, con ruberie e sangue.

Il 1° settembre 1809 viene incendiato il palazzo del generale Gabrinski a Minerbio. Intanto le bande si moltiplicano: compaiono o si affiancano nomi destinati a restare nelle carte come figure di un mosaico criminale e politico: Lambertini, Landuzzi, Zarri, Gozza, Pitella.


5 ottobre 1809: la strage sulla strada Argile–Volta Reno

Uno degli episodi più drammatici avviene il 5 ottobre 1809, lungo la strada tra Argile e Volta Reno.

Un grosso squadrone di briganti – 90 o forse 150 uomini, secondo le testimonianze – incrocia un piccolo drappello di volontari della Guardia Nazionale: circa dieci uomini che da Pieve stavano tornando a Bologna.

Lo scontro è durissimo e impari: la Guardia Nazionale soccombe per inferiorità numerica e di munizioni. Quattro uomini vengono presi e, come riportano le carte d’archivio, “barbaramente trucidati”.

Il giorno dopo, i corpi vengono portati su un carro a Cento, sede del distretto: una scelta terribile ma chiara, perché serviva da monito, da prova, da messaggio.

Quello stesso giorno ci fu battaglia anche a San Giorgio di Piano, e il 6 ottobre le scorribande continuarono tra Bagno e altri comuni.


La vita civile paralizzata: sindaci nascosti e consigli comunali deserti

La conseguenza più profonda del brigantaggio non fu solo la paura immediata, ma la paralisi amministrativa.

Nei comuni colpiti:

  • i consiglieri disertavano le sedute,
  • i sindaci si nascondevano o si assentavano,
  • i dipendenti comunali evitavano di esporsi.

Alcuni episodi sono emblematici:

  • il segretario comunale di Argelato fu aggredito sette volte,
  • il cursore di San Giorgio di Piano si dimise dopo essere scampato all’ennesima aggressione.

Senza amministrazione, senza sicurezza, senza fiducia: lo Stato in pratica si dissolse.


Il generale Bonfanti e la repressione “serrata”

Visti i fallimenti della Guardia Nazionale, il comando operativo venne affidato al generale Bonfanti, comandante della 4ª Divisione militare.

Il suo approccio fu più duro e più organizzato:

  • richiamo severo a prefetti, podestà e sindaci,
  • richiesta esplicita di collaborazione al clero,
  • pressione sulla rete territoriale per isolare i briganti.

E in effetti, verso marzo 1810, la repressione militare cominciò a dare risultati concreti.


13 marzo 1810: la fine di Baschieri

La conclusione è rapida e brutale, come spesso accade in queste storie.

Dopo un ulteriore scontro a Volta Reno, nel quale muore un’altra Guardia Nazionale (padre di quattro figli), i briganti si spostano tra Minerbio e Castenaso, cercando rifugio anche verso Budrio.

Baschieri e altri undici si nascondono presso il casolare dei Rubini, nel podere Malcampo.

Ma un distaccamento di soldati francesi e Guardia Nazionale arriva rapidamente, forse grazie a una soffiata. I briganti aprono il fuoco e feriscono un capitano francese. La risposta è durissima: i soldati incendiano il fienile, costringendo i ribelli a uscire.

Alcuni fuggono, ma vengono catturati nei campi. Baschieri viene raggiunto da un tenente della Guardia e, dopo una lotta corpo a corpo, viene ucciso.

È il 13 marzo 1810.
Il bilancio dello scontro: 5 morti, tra cui 3 capibanda e 2 Guardie Nazionali.

Con lui crolla l’intero impianto del brigantaggio organizzato nel Bolognese.


Il processo e la ghigliottina “per pubblico esempio”

Dopo la cattura di decine di uomini (altri 24 arrestati, molti si costituiscono sperando in clemenza), il processo si svolge a Bologna davanti alla Corte Speciale di giustizia Civile e Criminale tra fine agosto e primi di settembre 1810.

Il verdetto è pesantissimo:

  • 11 condanne a morte,
  • altre pene detentive nelle “case di forza”,
  • condanne “ai ferri a vita”.

La Corte stabilisce anche un principio politico e simbolico: le esecuzioni devono avvenire nei luoghi dei delitti più gravi, “pel pubblico esempio”.


6 settembre 1810: due ghigliottinati ad Argile

Ed ecco una delle pagine più forti e rare di tutta la vicenda: la ghigliottina ad Argile.

A essere giustiziati sono:

  • Giorgio Ghedini, detto “Grimosino” e “montanarello”, 22 anni, contadino e disertore, accusato di 9 capi, ritenuto uno dei più violenti;
  • Domenico Oppi, contadino, reo confesso e indicato da testimoni come coinvolto direttamente nella strage, visto con “sciabola e gilet insanguinato” e udito vantarsi.

La sentenza viene eseguita appena due giorni dopo il processo: 6 settembre 1810.

Da Bologna arriva la ghigliottina. Viene montata nella piazza. Alle ore 9 la sentenza è letta pubblicamente sul sagrato della chiesa, “alla presenza di molto popolo”. I condannati ricevono assistenza religiosa da due ministri del culto venuti da fuori.

A mezzogiorno avviene l’esecuzione: prima Ghedini, poi Oppi.

Le teste vengono mostrate alla folla. Il verbale ufficiale registra che tutto avvenne “in buon ordine e tranquillità”: una formula burocratica che, letta oggi, pesa come un macigno.


Una nota sorprendente: il parroco scrive in latino

Un dettaglio finale, di grande valore umano e storico, arriva dall’Archivio parrocchiale di Argile.

Nel Libro dei Morti n. IX, il parroco Don Pietroni annota la sepoltura dei due ghigliottinati, ma lo fa – eccezionalmente – in latino, con toni solenni e quasi rispettosi.

Colpisce una scelta precisa: vengono indicati come condannati “per cospirazione”, più che per i delitti violenti. E viene sottolineato che morirono “in comunione con Santa Madre Chiesa” e dopo aver ricevuto il Viatico.

È come se, nel momento più duro della repressione, restasse uno spiraglio di pietà: non assolve, non giustifica, ma riconosce l’umanità persino di chi muore sul patibolo.


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